Firmissima convelli non posse

Confronto tra Idioti

Nell’Idiota Dostoevskij ha posto il puro di spirito principe Myškin nella società a lui contemporanea che, ricca di desideri mimetici, contiene in nuce già la nostra, ove le logiche già presenti nel romanzo russo si amplificano, investono ogni fenomeno della vita, ci attanagliano.

Parimenti, l’idiota di Dostoevskij da questo nostro infido mondo sembra essere travolto. Troppo vicino alle dinamiche umane, ai suoi capricci, troppo coinvolto nelle basse trame quotidiane per poter risultare davvero un esempio divino. Qualcosa macchia la sua luce: «se guardi a lungo nell’abisso, l’abisso guarderà te».

Dostoevskij vuole dunque offrire un esempio di virtù che però scricchiola: è troppo umano. Eppure non sbaglia nelle intenzioni: un esempio da seguire è necessario se non indispensabile in una società, come la nostra, senza idoli, ove, seppur vi sono, rassomigliano all’Idolo nero di Kupka: qualcosa di mastodontico, di opprimente, nero, cupo, di inevitabile nella sua pervasività della tela che è la nostra vita, mentre l’uomo è lì, una linea quasi impercettibile (bisogna sforzarsi per individuarla!), inerme, forse in preghiera; oppure paiono l’Idole di Rops, incarnazioni dei nostri desideri più infimi, corrosivi, inconsci, e noi attanagliati all’inutilità dell’idolo fumante, in adorazione, persi nella nostra illusione.

C’è da chiedersi se è nel mondo umano che bisogna cercare la purezza di spirito, o meglio, se è ai meandri delle dinamiche umane che bisogna relazionare il divino. Una risposta, in tal senso, ci viene dal Celestino V di Silone, ritratto ne L’avventura d’un povero cristiano, che preferisce la vita che implica l’amicizia con una volpe, da lui poi ribattezzata suor Giuseppina, al pontificato, poiché, «è il potere che si serve di noi. Il potere è un cavallo difficile a guidare». Celestino V lo dice chiaramente: «la potenza […] è essenzialmente cattiva».

Dov’è la viltade in colui «che fece per viltade il gran rifiuto»? La sua ignavia risiederebbe nell’essersi rifiutato di essere una guida per e fra gli uomini. Non certo un vicario di Cristo, che fra gli uomini predicava. Fra gli uomini si barcamenava il principe Myškin.

«Non è da cristiano disprezzare il gregge», ricorda Silone. «Cristo è morto anche per loro», per le creature più deboli. Eppure, sempre Silone, domanda poco dopo: «ma in che modo salvare il gregge? Una grande comunità è una macchina pericolosa, quasi diabolica, per gli stessi che ne fanno parte».

La risposta di Celestino V è nel suo esempio, nel suo ritiro, nella sua montagna: lì non era lontano da Cristo, lì risiedeva l’amore.

C’è stato un tempo fantastico, oramai dimenticato o completamente negato, in cui «anche l’invisibile era visibile. E continuamente si trasformava. […] E così gli uomini non erano necessariamente uomini, ma potevano anche essere la forma transitoria di qualcos’altro.» C’era un tempo, insomma, in cui avevamo piena consapevolezza della nostra natura.

Tale tempo era vivo e ben presente per Anna Maria Ortese, nelle cui opere la metamorfosi è sovrana, i confini fra realtà e fantasia, sonno e veglia, umano e non umano sono labili, fragili, inesistenti. «Cose, animali, uomini: distinzioni mai nette, sempre provvisorie».

In alcuni dei suoi romanzi l’universo è concentrato in un punto: gli esseri, i tempi, gli spazi «pigiati come acciughe». Orbene si può dire fossero fantasie, ma cosa c’è di più reale dell’anima mundi, quel «sommo amore della providentia divina», che ogni cosa lega?

Si può forse davvero ancora dire di essere, noi esseri umani, separati dall’universo? Quando i rivoluzionari secoli XVI e XVII misero ogni certezza in dubbio, John Donne, che nei suoi versi si presenta quale portavoce di ogni uomo del suo tempo, così cantava il lamento funebre di un umanesimo – quello di Pico della Mirandola, della sua Oratio de hominis dignitate, di un uomo, figlio prediletto di Dio, ritratto come una creatura miracolosa al centro dell’universo, di se stessa «arbitro e sommo artefice» – morente in giovane età:

The sun is lost, and th’earth, and no man’s wit

Can well direct him where to look for it.

And freely men confess that this world’s spent,

When in the planets and the firmament

They seek so many new; they see that this

Is crumbled out again to his atomies.

‘Tis all in pieces, all coherence gone,

All just supply, and all relation;

Prince, subject, father, son, are things forgot,

For every man alone thinks he hath got

To be a phoenix, and that then can be

None of that kind, of which he is, but he.

This is the world’s condition now […].

Il mondo si era sgretolato, le scoperte scientifiche avevano comportato la scomparsa di ogni coesione e certezza, nuove prese di coscienza premevano sugli uomini.

Eppure, oggi, in un tempo in cui la scienza, con il suo progredire, ci rimpicciolisce sempre di più ed evidenzia la nostra inutilità innanzi all’economia del cosmo, non ci azzardiamo più a metterci in discussione e tantomeno osiamo rivedere la nostra posizione nell’universo. Oggi Pico è più attuale, paradossalmente, di Donne. Oggi ragionare tenendo conto della realtà del nostro mondo sembra un atto di pura idiozia.

«La Francia ci insegnò che nella nostra libertà il limite era posto dalla libertà altrui; ma non comprese, in questo altrui, la integrità e soavità della Terra, non incluse il Passato e la Debolezza […]». Così scriveva la Ortese in Alonso e i visionari.

Alonso e i visionari può essere definito una sorta di nuovo Vangelo di una sorta di nuovo Umanesimo. «Ma il Mondo, Signore, solo apparentemente è l’Utile e il Visibile. Dietro i suoi confini scintillanti, nelle profonde notti d’estate» regna «tutto ciò che è eterno, che conforta quanti attendono nella disperazione, tutto ciò che è piccolo e che è in attesa del Padre».

Anche la Ortese scrive di un idiota, Jimmy Op, un puro di spirito, o perlomeno una figura capace di non ragionare in termini umani, troppo umani, ma di andare oltre la propria specie, di avvertire l’anima mundi e pertanto di accogliere l’altro da sé – una categoria che non comprende unicamente l’umano, ma ogni entità non separabile né dall’ambiente né da sé, in quanto uomini.

Anche il personaggio di Jimmy Op, nel progredire della storia, si offusca. Ma qui non c’è l’ombra che offusca il principe Myškin, l’ombra che viene dalle vicende umane. Jimmy Op si consuma perché sa, perché comprende, perché ha visto: è Edipo che si acceca: il divino si è rivelato.

Qual è l’insegnamento che un idiota può dare ad un mondo in cerca di insegnamenti e che necessita di comprendere che ogni ente è all’altro legato, un mondo in cui ogni cosa dovrebbe avere un’eguale dignità?

«La vita – come le ombre televisive – non è mai nelle nostre stanze, ma altrove. Così, chi cercasse il Cucciolo, scruti, la notte, nel silenzio del mondo; non lo chiami, se non sottovoce, ma sempre abbia cura di rinnovare l’acqua della sua ciotola triste.

Non visto, verrà».


Silone, L’avventura di un povero cristiano

Pietro Angelario da Morrone, umile frate eremita, è il “povero cristiano” che salì al soglio pontificio nel 1294 con il nome di Celestino V, ma – convinto dell’impossibilità di conciliare lo spirito evangelico con i doveri del trono – rinunciò all’incarico. Agli occhi del suo conterraneo Ignazio Silone, il papa del “gran rifiuto” dantesco assurge a simbolo di chi antepone la purezza della coscienza alle lusinghe del potere. Con “L’avventura d’un povero cristiano” Silone giunge al vertice del suo percorso umano, civile e letterario, dando al suo messaggio la forma narrativa scarna di un dramma teatrale, di straordinaria potenza ed efficacia. In queste pagine ci consegna di fatto il suo testamento spirituale, l’ultimo atto di quel dramma dell’uomo che sceglie la libertà che ha percorso le sue opere maggiori e che tanti agganci trova con la realtà culturale, sociale e politica dei suoi (e dei nostri) anni.

Ortese, Alonso e i visionari

«Il bellissimo romanzo di Anna Maria Ortese è gremito di dèi. Non sono gli dèi che gli antichi ammiravano nei ricami del cielo; e neppure il Dio cristiano, che qui appare una volta sola – per escluderci da sé, e allontanarsi. Gli dèi della Ortese abitano la terra: la terra dove noi viviamo, così piena di male, di dolore e di strazio, e che pure è, per chi la guardi con attenzione, una sorta di realtà “soprannaturale”. Gli dèi abitano qui. Chissà che volti radiosi possedevano una volta: stelle, costellazioni; ora sono caduti come noi, e hanno preso la figura di animali, come il puma che attraversa questo libro, o di bambini che non crescono, o di folletti, o di iguane».

Dostoevskij, L’idiota

Il principe Myskin, ultimo erede di una grande famiglia decaduta, è una creatura spiritualmente superiore, la cui «idiozia» consiste in un’assoluta mancanza di volontà e in una fede assoluta negli altri. Dopo un lungo soggiorno in Svizzera, al ritorno in patria si trova coinvolto in un vortice di storie d’amore vissute con passione torbida e violenta, che hanno come protagonisti il giovane Rogozin, la bellissima Nastas’ja e l’aristocratica Aglaja. Un’intricatissima sequenza di avvenimenti, raccontati con ritmo incalzante, in cui sfocia un’immensa mole di materiale: da Cristo alla cronaca giudiziaria russa, dall’Apocalisse alla polemica con il socialismo.

Calasso, Il cacciatore celeste

Calvino, Le cosmicomiche

Pico della Mirandola, Oratio de Hominis dignitate

In questo articolo trovi anche citazioni da:

Dante Alighieri, La Divina Commedia, Inferno
John Donne, Anatomy of the world
Marsilio Ficino, Sopra lo amore
Friedrich Nietzsche, Al di là del bene e del male


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