Nel libro Il formaggio e i vermi. Il cosmo di un mugnaio del ‘500, Carlo Ginzburg racconta il processo al mugnaio Menocchio, reo confesso dopo diversi processi, di aver divulgato tesi eretiche, generate attraverso la lettura audace di alcuni libri.
Uno di questi libri è Il cavallier Zuanne de Mandavilla, un libro che ben si presta a una divagazione letteraria sul senso stesso del racconto e della lettura.
L’autore del libro, il fittizio John Mandeville, inglese nel nome e francese nella penna, pubblicò il libro a Liegi, nelle Fiandre, all’incirca a metà del Trecento. Il libro appartiene al genere della letteratura odeporica medievale, ovvero alla letteratura di viaggio, ed è diviso in due parti: la prima parte descrive il cammino per andare al Santo Sepolcro; la seconda il paese confinante […] e quelli che si trovano oltre quei confini, quindi l’estremo Oriente.
Per avvicinarsi il più possibile a comprendere il senso del libro – un libro che, è importante sottolinearlo, fu uno dei più diffusi del Medioevo, tanto da finire nelle mani di un mugnaio friulano del Cinquecento in traduzione italiana – bisogna innanzitutto partire da un presupposto: tutto ciò che ivi è raccontato è falso, pura invenzione, semplice raccolta di miti e credenze.
La nascita della letteratura odeporica – dal greco hodós (“passo”) e póros (“viaggio”) – è tradizionalmente attribuita ad Alessandro Magno, in particolare alla sua spedizione verso l’India con al seguito, oltre all’esercito, anche storici, geografi e filosofi naturali, che avevano il preciso scopo di raccogliere informazioni e testimonianze, trascriverle e documentarle.
La letteratura odeporica nasce per descrivere, riportare sulla pagina tutto ciò di cui si è avuto esperienza e che quindi corrisponde al vero: da Pella a Sardi sono circa tremila stadi; da Sardi a Gordio altri duemila; da Gordio a Babilonia oltre quattromila; la Frigia è caratterizzata da regioni montuose, l’Anatolia da altipiani; in Mesopotamia il clima è arido e si apre in distese fluviali e desertiche.
Nessun geografo inserirebbe nelle sue pagine dati che non siano certificati, e a ben vedere nemmeno uno scrittore di libri di viaggio quale è John Mandeville lo farebbe. Perché allora lo fa?
L’obiettivo di John Mandeville non era raccontare il vero, ma collezionare in un unico luogo, i suoi Viaggi per l’appunto, una serie di curiosità, di pillole diremmo oggi, per lo più religiose o comunque legate alla sfera del meraviglioso e dello straordinario.
Verosimilmente, gli unici viaggi che John Mandeville compì furono quelli che lo portarono da una collezione all’altra alla ricerca di specula mundi (come lo Speculum Maius di Vincenzo di Beauvais), ovvero di testi che riportassero ciò che è nel mondo, o, ancora meglio, lo rispecchiassero.
Tra le fonti di un altro libro di viaggio scritto qualche decina di anni prima, cioè la Commedia di Dante (Purgatorio, X, 76-93), vi è una traduzione toscana della terza parte dello Speculum Maius, cioè lo Speculum Historiale, ovvero i Fiori e vita di filosofi ed altri savi ed imperadori di un anonimo toscano.
Questo è un aspetto importante: la fonte di Mandeville non è il mondo ma il libro, il che rende i Viaggi un perfetto esempio della celebre metafora del Libro del Mondo: il mondo è un libro e può essere interpretato, se si conoscono i caratteri in cui è scritto. Poi, a seconda di come si vuole leggere il libro, i caratteri avranno natura diversa.
John Mandeville allora inventa, non nel senso banale di dire qualcosa che non è vero, che non esiste, ma nel senso che crea con forza potente e immaginativa pescando a piene mani dall’immaginario religioso a lui contemporaneo.
Torniamo all’inizio, al nostro mugnaio Menocchio. Come anticipato, il mugnaio friulano sarà processato, dichiarato colpevole e condannato a morte dalla Santa Inquisizione.
Solitamente, questa istituzione viene legata soprattutto alla pratica di bruciare libri, quasi come se la Chiesa vedesse nel libro come oggetto una minaccia per l’autorità. Questo approccio è sbagliato, parziale e riduttivo.
È vero: l’Indice era dei libri proibiti, e non di altro, tuttavia, con permessi particolari concessi solo a persone che avessero un’auctoritas comprovata, questi libri in alcuni casi potevano essere letti.
Il reato di cui fu accusato Menocchio fu quello di diffondere tesi eretiche, che aveva prodotto leggendo libri che in sé non figuravano nell’Indice, senza la supervisione di nessuno, senza che nessuno gli indicasse la giusta interpretazione e lo indirizzasse nella lettura. In altri termini, egli aveva letto, interpretato, generato e diffuso nuove idee
Ginzburg, Il formaggio e i vermi
Pubblicato per la prima volta nel 1976, Il formaggio e i vermi ritorna arricchito da una postfazione. Nel frattempo, tradotta in ventitré lingue, la vicenda del mugnaio friulano Domenico Scandella detto Menocchio, messo a morte dall’Inquisizione alla fine del ‘500, ha fatto il giro del mondo, mostrando come sia possibile, attraverso gli archivi inquisitoriali, cogliere le voci di individui che spesso non compaiono, o compaiono solo in maniera indiretta, nella documentazione storica: dai contadini alle donne. Il mugnaio Menocchio era senza dubbio una figura straordinaria, percepita come anomala anche dai suoi compaesani; l’ampiezza delle sue letture, la ricchezza delle sue reazioni ai libri, l’audacia delle sue idee non finiscono di stupire. Ma anche un caso eccezionale (qui sta la scommessa del libro) può gettar luce su problemi di vaste dimensioni: dalla sfida alle autorità in una società preindustriale all’intreccio fra cultura orale e cultura scritta.
Come chiarisce la nuova postfazione, Il formaggio e i vermi è stato letto retrospettivamente come un esempio di microstoria. Ma lo scopo di quest’esperimento di scrittura della storia era, ed è, quello di far arrivare al lettore la voce di Menocchio: «Io ho detto che, quanto al mio pensier et creder, tutto era un caos, cioè terra, aere, acqua et foco insieme; et quel volume andando così fece una massa, aponto come si fa il formazo nel latte, et in quel deventorno vermi, et quelli furno li angeli…».

Mandeville, Storie medievali dal primo viaggio intorno al mondo
Una storia di viaggi straordinaria tra realtà geografica e immaginario medievale, “The Travels of Sir John Mandeville” apparve verso la metà del quattordicesimo secolo in un anglo-francese di impronta normanna; letto anche da Cristoforo Colombo, vi si sosteneva per la prima volta che fosse possibile circumnavigare il globo. Il libro di Mandeville è in parte un bestiario, un’accozzaglia di testi religiosi, una storia di paesi ignoti, un insieme di leggende, di ricordi, di battaglie, più vicino a un racconto fantastico che non a un’opera basata su osservazioni realmente compiute. Questo poemetto, il “Mandeville” di Matthew Francis, ispirato al libro di Sir John, è una raccolta di traduzioni creative, trasposizioni da un mondo antico ma attuale che l’autore scopre ed evoca, nell’originale e dall’originale, con improvvise illuminazioni su universi plurali e fantastici.

